La lezione di Nasr

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Quanto vale un nono posto? A volte può valere come una vittoria. Anzi di più.

Certo, tutto è relativo. Ma per Nasr e la Sauber i due punti colti ad Interlagos valgono davvero oro. Si può dire che il team elvetico domenica scorsa, con quel nono posto, potrebbe aver vinto “il suo mondiale”. Ok, manca Abu Dhabi, ma a meno di cataclismi il decimo posto nei costruttori sembra ipotecato.

E cosi’ nel giorno del commiato di Massa dal pubblico di casa, un altro brasiliano, un altro Felipe, in un sol colpo potrebbe:

1) aver salvato la Sauber o comunque averle garantito un futuro più tranquillo grazie al bonus milionario legato al raggiungimento della decima piazza nel mondiale costruttori.

2) aver garantito a sé stesso un volante in F1 per il 2017 o comunque aver aumentato di molto le sue possibilità di restare nel circus iridato.

3) e, conseguenza del punto 2, aver garantito un futuro allo stesso Gp del Brasile, che al momento non è ancora confermato al 100% per il prossimo anno. La presenza di un brasiliano in griglia di certo aiuterebbe (e non poco) la prosecuzione del rapporto tra Interlagos e la F1.

Tutto questo partendo ultimo in griglia e con una vettura, semplice evoluzione della monoposto 2015 e sviluppata pochissimo nel corso della stagione, con una power unit non aggiornata con specifiche 2016, in un team in difficoltà e ancora a bocca asciutta alla voce punti conquistati.

Oltretutto nel Gran Premio di casa (con tutta la pressione che ne deriva), in condizioni difficili, senza commettere errori, neanche una sbavatura, né dal punto di vista del pilotaggio, né per quanto riguarda la strategia, laddove invece piloti e team ben più blasonati hanno sbagliato eccome.

Come ricordato dallo stesso Nasr nell’emozionato ed emozionante team radio post bandiera a scacchi (che vi proponiamo di seguito), mai mollare, mai smettere di crederci, non arrendersi mai.

E allora mi viene il nervoso ripensando ad una vecchia intervista informale di qualche anno fa ad un giovane pilota italiano, all’epoca inserito nel programma giovani Ferrari. Interrogato sulla teorica possibilità di esordire in F1 in un team clienti, magari in una ipotetica HRT motorizzata Ferrari (il team spagnolo in quel periodo era, per cosi dire, la cenerentola della F1), il “nostro”, tra le risate, rispose: “No in HRT no, rimango in GP2.”

Ecco, dispiace notare che, a distanza di anni, quel pilota è ancora in Gp2, con ahimè poche, pochissime possibilità di salire in F1.

Di qui il mio nervoso. A parte che in HRT ci ha esordito e fatto esperienza Ricciardo senza fare tanto lo schizzinoso (e abbiamo visto che poi ha fatto carriera), a parte che una piccola scuderia può essere l’ambiente ideale per crescere con calma e senza tanta pressione avendo il tempo e la possibilità di imparare senza essere bruciati, resta il fatto che in un campionato cosi lungo anche se corri in HRT, in Manor o in Sauber può sempre capitare l’occasione (la gara bagnata o anche una semplice sessione di qualifica) dove puoi metterti in mostra e dimostrare quanto vali. Nasr docet.

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