Ki-mi rispetta più?

Ogni anno la stessa storia. Sempre messo in discussione. A sentire i beneinformati mezzo paddock è candidato a prendere il suo sedile. E, appena riconfermato, si ricomincia daccapo. Gli hashtag #IopreferivoPincoPallino e le voci di possibili sostituzioni che si spostano solo di 12 mesi.

“Autorevoli” commentatori tv che dall’alto della loro competenza ed esperienza (sugli sci) gli danno dell’addormentato ogni due per tre.

Una squadra che sembra troppo concentrata sui problemi del suo compagno di box.

Eppure Kimi c’è e merita rispetto. Perché a 37 anni suonati ha saputo rinascere dopo due stagioni difficili, passate a litigare con monoposto (e sospensioni anteriori) che mal si sposavano con il suo stile di guida da esteta del volante, pulito e preciso come pochi.

Perché ha saputo rimettere in discussione giudizi e gerarchie che sembravano consolidate, perché nell’ennesima stagione problematica della Rossa a differenza di altri ha saputo mantenere la calma e la sua attitudine di team player.

Gli autorevoli osservatori di cui sopra lo dipingono come beone in letargo e pure abbastanza svogliato. O comunque poco cattivo e spesso demotivato.

In realtà a 37 anni, con un titolo mondiale in bacheca e tanti soldi in banca, sarebbe stato facile, persino umano, arrendersi e lasciarsi trasportare dalla corrente verso una “pensione dorata”.

In fondo a fine stagione lasciano Button e Massa, che, di poco certo, ma sono meno “attempati” di lui.

Ma, checchè se ne dica, Kimi ha ancora voglia, passione e motivazione. Prima del ritiro ad Austin nel mondiale piloti era davanti al compagno di squadra, che al netto delle ombre di questo 2016 rimane pur sempre un 4 volte campione del mondo.

E anche in qualifica il confronto è molto equilibrato, nonostante il fatto che il finlandese sia notoriamente più un pilota da gara e considerato pure che divide il box con uno dei migliori qualificatori della storia recente di questo sport.

Eppure ad Austin nessuno si scusa con lui per il patatrack al pit stop. Anzi il muretto pensa pure di far fermare Vettel ai box a pochi giri dal termine solo per poter realizzare il giro veloce in gara, fino a quel momento appannaggio proprio di Raikkonen.

Sembrano piccolezze. Ma i piloti ci tengono.

E in Messico, come ha giustamente colto il buon Antonio Granato sul “Il Fatto Quotidiano”, il muretto ha più volte sacrificato Kimi, richiamandolo prematuramente ai box sia nel primo stint (i tempi con le soft erano ancora buoni e se Vettel ha allungato lo stint a maggior ragione poteva farlo Raikkonen, notoriamente gentile con le gomme) che nel secondo.

E proprio la seconda sosta rivela quella che a mio avviso è la scarsa considerazione riservata al finnico dal suo stesso team.

E’ vero che Raikkonen non si era trovato a suo agio con le medie, ma i tempi erano andati via via migliorando e non c’era la necessità reale di fermarsi, considerato pure che a Kimi non erano avanzati treni di soft e quindi avrebbe dovuto rimontare le medie a lui poco gradite.

Inoltre fermandosi Raikkonen sarebbe precipitato lontanissimo dalla lotta per il podio e perfino alle spalle di Hulkenberg e della sua Force India, monoposto molto veloce sul dritto e quindi difficile da superare. E si che ad inizio gara gli strateghi della Ferrari avevano visto Vettel faticare alle spalle della Williams di Massa.

Ma il motivo di una sosta che pareva incomprensibile lo ha spiegato in diretta Alberto Antonini: arrivava Vettel e bisognava lasciargli strada.

E tu per lasciare strada ad un pilota “ammazzi” la gara dell’altro?

Se proprio il muretto voleva evitare una lotta interna, con una possibile perdita di tempo che avrebbe in qualche modo frenato la rincorsa di Vettel alle RedBull, si poteva chiedere al finlandese di cedere la posizione.

In fondo Kimi lo aveva fatto già a Baku.

Qualcuno potrebbe obiettare che NON DARE l’ordine di scuderia sia stato, quello, rispettoso nei confronti di Raikkonen.

Io la penso all’opposto. Meglio un ordine di scuderia chiaro e diretto (al quale, tra l’altro, si può decidere di non obbedire come ha fatto Ricciardo in Malesia) che uno mascherato da pit-stop, che, oltretutto, ti rovina completamente la gara. Gli uomini parlano chiaro, i quaquaraquà usano questi sotterfugi.

E la cosa più grave è che il tutto è passato sotto silenzio, come se fosse normale.

Pensate se fosse successo ai tempi di Alonso! In quanti si sarebbero scandalizzati! Mi sembra di (ri)sentire tutte quelle baggianate su Santander e la protezione dello spagnolo.

Lui, Iceman, ultimo campione del mondo con la Ferrari, da gran signore a fine gara non ha fatto polemiche. Anche per questo merita rispetto.

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