Back to the future : Quando l’intervista è via radio…

Sabato scorso: a Suzuka Nico Rosberg, che pochi momenti prima ha realizzato una pole potenzialmente decisiva nell’ottica del suo mondiale, viene intervistato via radio e on board mentre è impegnato nel giro di rientro ai box.

Novità (o presunta tale) voluta pare dai nuovi padroni del vapore di Liberty Media, americani e quindi da anni abituati ad interviste di questo tipo.

Certo che per risollevare le sorti della F1 e per riavvicinare la gente a questo sport ci vorrebbe ben altro (per esempio, Liberty Media è contenta della penalizzazioni comminate per ogni minimo contatto? O per quelle, relative a sostituzioni di cambi e power units, che alterano i risultati delle qualifiche? ).

E poi, scusate, ma subito dopo una pole o una vittoria, non è molto più bello, anche televisivamente parlando, ascoltare il team radio tra pilota e muretto?

Un’intervista è sempre qualcosa di mediato, dove il pilota mette da parte un po’ della sua genuinità e quindi delle sue emozioni.

In ogni caso, la F1 arriva tardi e non di poco. Addirittura di 30 anni.

Si ben 30 anni fa, in occasione dell’edizione numero 75 della 500 miglia di Indianapolis, i commentatori tv avevano già la possibilità di parlare via radio con i piloti.

Attenzione, non solo PRIMA e DOPO, ma anche DURANTE la gara.

Sempre avanti gli americani, non c’è che dire, ma forse in quell’occasione si spinsero un pochino oltre con il “povero” Kevin Cogan.

Prima di arrivare a quell’ 86, un piccolo passo indietro per meglio contestualizzare.

Edizione 1982 della Indy 500. In prima fila, in mezzo a due autentiche leggende, il poleman Rick Mears e il grande A.J. Foyt, c’è un giovane pilota americano, Kevin Cogan appunto.

Il ragazzo è promettente e guida per il team Penske, cioè il meglio del meglio.

Ci sono tutte le premesse per fare bene, quindi, ma qualcosa va incredibilmente storto.

Ancora prima del via, durante i parade laps (cioè i giri di riscaldamento) sul rettilineo di arrivo, mentre le 33 vetture lentamente vanno a formare le 11 file da 3, la monoposto di Cogan ha uno scarto improvviso innescando un incidente che mette Ko anche Foyt e Mario Andretti.

Un incidente quantomeno singolare, che in qualche modo ebbe conseguenze rilevanti sulla carriera di Cogan.

Lo mise fuori dalla gara e gli attirò gli strali degli altri piloti e dell’opinione pubblica.

Comprenderete bene che per l’immagine di un pilota non è il massimo buttare fuori due leggende come Andretti e Foyt, i quali incolparono interamente Cogan.

Foyt, furioso, dichiarò che Cogan “had his head up his ass” e Mario rincarò la dose sostenendo che “Questo è quello che succede quando metti un bambino a fare un lavoro da uomini”.

Ed è curioso notare come cambiano i tempi. Cogan non aveva certo i 17 anni di Verstappen!!

Ne aveva 26 e non era neanche a corto di esperienza, visto che aveva già provato a qualificarsi in due Gran Premi di F1 e ad Indianapolis aveva già corso l’anno precedente cogliendo un onorevolissimo quarto posto.

Ma agli occhi di Foyt (lui, 47ennne, che in quell’edizione festeggiava le 25 partecipazioni alla Indy 500) o di Andretti (Marione aveva già 42 anni) era, appunto, un bambino.

Oggi, ci stupiremmo esattamente del contrario, vedendo un pilota di 47 anni in prima fila ad Indianapolis.

In realtà la dinamica dell’incidente non è mai stata chiarita veramente.

Gordon Johncock, Johnny Rutherford and Bobby Unser, tutti plurivincitori ad Indianapolis, sottolinearono che il polesitter Mears aveva tenuto un passo troppo lento per cui non aveva consentito a tutti di scaldare le gomme correttamente.

Inoltre non è da scartare l’ipotesi di un problema tecnico sulla monoposto di Cogan.

Ma, vuoi per la particolarità dell’incidente, vuoi perché erano finiti fuori gioco due dei paladini del pubblico americano, vuoi per la reazione dura di Foyt e Andretti, nell’immaginario collettivo Cogan rimase come l’unico colpevole da additare.

E certo ebbero un peso anche le parole di San Posey, ex pilota e commentatore tv, che in diretta affermò che la manovra di Cogan sembrava intenzionale.

Quali che fossero le vere ragioni, fatto stà che a fine anno Cogan perse il posto in Penske e sembrò infilarsi in un vicolo cieco, come successo in tempi più recenti a Marco Andretti e Hildebrand dopo le delusioni patite ad Indianapolis.

Ma finalmente l’86 e l’occasione della vita, la possibilità di riscattarsi vincendo la corsa più importante al mondo: un trionfo ad Indianapolis ti cambia la vita e la carriera.

A 14 giri dal termine in testa si alternano Rick Mears e Bobby Rahal, quando tra la sorpresa generale, arriva Kevin Cogan che li passa entrambi conquistando la leadership.

Cogan allunga e il suo vantaggio sale a 3 secondi, che ad Indianapolis possono essere tanti…

Ma a sei giri dal termine il gruppo viene compattato dalla pace car, chiamata in pista dopo il testacoda di Luyendyk.

Mentre la monoposto dell’olandese viene recuperata, Sam Posey (ancora lui!) dalla cabina di commento si collega in diretta via radio con il leader Cogan, chiedendogli quali siano i suoi pensieri a soli tre giri dalla bandiera scacchi.

Cogan, infastidito, gli risponde che al momento è impegnato e gli parlerà a fine gara.

Lo stesso Posey commenta che gli sembra giusto cosi’ e che, al posto di Cogan, avrebbe fatto lo stesso.

Quell’incursione in un momento cosi’ delicato ha rovinato la concentrazione di Cogan? Lo ha distratto? Lo ha innervosito? Gli ha impedito di preparare al meglio la ripartenza?

Fatto stà che al restart, con appena due giri da completare, Cogan viene beffato da Bobby Rahal che vola a vincere la sua prima ed unica Indy 500, mantenendo la promessa fatta a Jim Trueman, il proprietario del team, che, già gravemente malato, si spegnerà appena 11 giorni dopo aver visto realizzarsi il suo sogno.

E Cogan? Non avrà più occasione di vincere ad Indianapolis e il suo rapporto controverso con il catino più famoso al mondo continuerà con un incidente spettacolare quanto estremamente pericoloso, dal quale, fortunatamente, uscirà illeso.

In tempi più recenti, siamo nel 2003, è curioso notare come in quell’edizione tutti e tre i piloti intervistati via radio (Michael Andretti, Scott Sharp e Sarah Fisher) furono poi costretti al ritiro, la Fisher addirittura pochi momenti dopo il collegamento. Per la serie non è vero ma ci credo…

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One thought on “Back to the future : Quando l’intervista è via radio…

  1. Passi pure l’intervista del dopo qualifica (che comunque può avere anche i suoi latio negativi come giustamente hai fatto notare) ma intervistare i piloti durante la gara è una roba da pazzi! Ci si lamenta tanto della sicurezza, tanto da costruire piste kartodromi e mortificare lo spirito agonistico che l’idea di un’intervista durante la gara mi pare una roba assurda e davvero pericolosa. Basta vedere un volante di F1 e vedere a quanta roba un pilota deve stare attento, seppur aiutato dal box. E poi chi decide chi è che fa le interviste? Spero nessun giornalista italiano. Immagino solo un pilota che riceve una domanda da Stella Bruno con il suo impeccabile accento inglesiota…ritiro assicurato causa nervosismo!

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