Marchionne, Arrivabene e il gioco delle tre carte

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Era il 22 dicembre e Marchionne dichiarava: “Se vinciamo un paio di gran premi il prossimo anno sarà un successo, se ne vinciamo tre sarà un trionfo…se ne vinciamo quattro andiamo in paradiso”.

Il 20 febbraio Arrivabene commentava a Sky: “Se otterremo due podi sarà un buon risultato, se ne arrivano tre facciamo festa. E se arriviamo a quattro andiamo a piedi nudi a Sestola”.

Nel giro di un paio di mesi le vittorie si sono magicamente trasformate in podi. Cosa è successo nel frattempo?

Beh, è capitato che sono state presentate le monoposto e sono iniziati i test (il 20 febbraio era stato già svolto quello di Jerez ed era in corso la prima quattro giorni di Barcellona).

E in Ferrari, al di là delle sensazioni positive e di un passo in avanti rispetto al 2014 che pure c’è stato, si sono scontrati con la dura realtà e hanno intuito che il progresso è al momento largamente insufficiente a competere con la Mercedes (che rimane di un altro pianeta), non solo in termini di lotta per i mondiali, ma anche per quel che concerne le vittorie nei singoli Gran Premi.

I timori si sono poi materializzati nella seconda sessione di Barcellona, nella quale la Mercedes, pur senza svelare tutto il suo potenziale (Rosberg ed Hamilton sono stati gli unici a non effettuare time attack con le supersoft), ha comunque mostrato di aver un passo nettamente superiore alla concorrenza.

Premesso che i test rimangono test e che le variabili in gioco sono tante (benzina imbarcata, gomme utilizzate, uso del DRS o meno, condizioni della pista in quel momento, ecc..), un’idea -seppure di massima- la possiamo comunque ricavare dal fatto che nessuno, neanche Williams, Ferrari e Red Bull, è riuscito a realizzare con le supersoft i tempi che il duo Mercedes ha ottenuto con le soft. E teniamo conto che, fonte Pirelli, a Barcellona le supersoft avevano un vantaggio sulle soft stimato sugli otto decimi al giro.

Il quadro diviene ancora più chiaro esaminando la seguente classifica dei tempi, che tiene conto solo del miglior crono ottenuto da ciascuna squadra con le soft:

1 Nico Rosberg – Mercedes 1:22.792

2 Felipe Massa – Williams-Mercedes 1:23.500

3 Kimi Raikkonen – Ferrari 1:23.983

4 Felipe Nasr – Sauber-Ferrari 1:24.071

5 Daniel Ricciardo – Red Bull-Renault 1:24.574

6 Romain Grosjean – Lotus-Mercedes 1:24.681

7 Carlos Sainz Jr – Toro Rosso-Renault 1:24.761

8 Kevin Magnussen – McLaren-Honda 1:25.225

9 Nico Hulkenberg – Force India-Mercedes 1:25.639

Da questa classifica (ribadiamo sono test quindi la prendiamo col beneficio dell’inventario) risulta evidente che, almeno sul giro secco, la Ferrari è ben lontana dalla Mercedes: 1.2 secondi al giro!

Un distacco che, se confermato anche sul passo gara, significherebbe che, se il Gran Premio di Barcellona si disputasse oggi, la Ferrari buscherebbe ben oltre il minuto dalla Mercedes evitando di poco il doppiaggio!

Capite bene che, con soli due test in season e con un regolamento molto restrittivo per lo sviluppo non solo della power unit ma anche del telaio, pensare di recuperare un gap del genere per ambire alla vittoria di 2-3 gare forse non è impossibile, ma sicuramente molto difficile.

Insomma, al netto di problemi di affidabilità o di gestione interna dei piloti da parte della Mercedes o di condizioni meteo particolari, gli altri lotteranno per il terzo gradino del podio.

Di qui il gioco delle tre carte in Ferrari e il cambio di rotta negli obiettivi, non più 2-3 vittorie ma 2-3 podi.

Un abbassare l’asticella che sarebbe anche una scelta comunicativa “furba”, se non fosse che un pochino di memoria gli appassionati ce l’hanno.

E se fossimo in un paese in cui i giornalisti facessero il loro mestiere anche nel motorsport, chiarimenti in merito sarebbero stati già chiesti al duo Marchionne-Arrivabene.

Ma si sa che le domande “scomode” non sono gradite a chi le riceve e non fanno fare molta strada a chi le fa, almeno qui da noi e in questo ambiente.

Io preferivo l’approccio Montezemolo, tante volte criticato perché prima dell’inizio della stagione ribadiva l’obbligo di vincere (i mondiali, non le gare), a costo di essere messo alla berlina quando poi quei successi non arrivavano (e negli ultimi anni di sconfitte a Maranello ne hanno dovute digerire parecchie).

Poteva sembrare arrogante o presuntuoso l’atteggiamento di Montezemolo, ma io lo trovavo onesto: siamo la Ferrari, la nostra storia ci impone di vincere, non ci nascondiamo, non mettiamo le mani avanti, non facciamo i furbi fissando obiettivi di basso livello in modo da poter giudicare positive anche le stagioni di magra (anche perché il budget per poter competere ai massimi livelli c’è eccome), perché -diciamola tutta- per la Ferrari il secondo posto è una sconfitta.

E a proposito di budget, io inviterei a ragionare sul fatto che, ad andare bene, quest’anno la Ferrari se la giocherà con la Williams (che ha risorse assai inferiori) e che nei test pre-stagionali i distacchi accusati dalla Sauber rispetto alla SF15-T sono davvero esigui se teniamo conto del valore dei piloti e della differenza di budget in campo, da qui il sospetto che il passo in avanti in Ferrari, almeno dal punto di vista telaistico, sia stato meno importante rispetto a quello ottenuto dai “cugini poveri” della Sauber.

Di qui altre domande scomode, di quelle che ci piacerebbe fossero rivolte ai “prestigiatori” Marchionne e Arrivabene.

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